Essere un artista, in Italia soprattutto, è già difficile così com’è.

“Non ti dà da mangiare” – “Non hai orari fissi” – “Sei un DJ, ma sei iscritto alla SIAE?” – “Sì ma se vuoi suonare per strada hai bisogno di un permesso eh.”

Capisci già lo stress che si può provare da queste affermazioni o domande che mi sono state fatte nel corso di questi 16 anni.

Ma facciamo un passo per volta.

Un “artefice creativo” sente, quasi per natura, il bisogno di comunicare qualcosa – e per farlo si espone. Mettere a servizio la propria arte per chiunque vorrà mai fruirne è un processo inevitabile, altrimenti che senso avrebbe?

Ecco.

Ti assicuro che per una persona emotivamente sensibile non è scontato. Almeno non lo è stato per me.

E adesso, partendo da un po’ lontano, ti spiego il perché.

Come nasce un amore così grande?

Immagina.

Hai 4 anni, ti svegli alle 9 di una domenica mattina con il rumore di un’aspirapolvere che entra in camera, perché i tuoi genitori stanno pulendo casa, probabilmente già da un paio d’ore.

Ti alzi, vai in cucina per fare colazione, e varcata la porta della cameretta, non appena tua madre decide di spegnere quell’assordante arnese succhia-acari, un suono di pianoforte ed una calda voce maschile ti avvolgono:

La settima luna.. era quella di un disgraziato

La curiosità dei tuoi 4 anni ti spinge a capire da dove provenga quel suono così caldo, così travolgente, e scopri, con enorme sorpresa questo tondo nero che gira, con un braccino metallico poggiato sopra.

“Questa roba è magica” – è il pensiero che ha fatto il mio mini-cervello sentendo la voce di Lucio Dalla, associandola al fatto che un disco nero stava ruotando.

Era l’unica spiegazione plausibile.

Ed io, giustamente, ne sono rimasto stregato da quel meccanismo così inspiegabile che era un lettore vinile. Tanto stregato. Forse troppo stregato. A tal punto da chiedermi “cosa succede se lo tocco?”

Bene, puoi immaginare la mia reazione (ma soprattutto quella dei miei genitori) quando ho provato a toccarlo quel tondo nero. Ma questa storia la lasciamo per la prossima volta.

La musica è spazio

Flash-forward a qualche anno dopo, in ordine sparso.

Io che suono “Santo Natale” in quinta elementare davanti a tutta la scuola. (Sol-La-Sol-Miiiiiiii, Sol-La-Sol-Miiiiiii – quella insomma, hai capito)

Io che mi faccio regalare una mini-consolle da DJ per i 13 anni – con cui faccio alcuni live ancora ora.

Io che studio canto per tre anni.

Io che finisco in band o progetti musicali, circondandomi di persone super creative che sono diventate – o che erano già prima – alcune delle persone a cui sono più legato al mondo.

Io che faccio corsi di Ableton, di composizione di musica elettronica e di nuovo di canto – volevo essere sicuro di saperlo ancora fare – e già qui puoi immaginare dove andiamo a parare con questo articolo.

Io che volo a Berlino da solo una settimana con l’unico scopo di ascoltare (e sì, ballare) tutta la musica techno che aveva da offrire.

Insomma, io, che ho sempre fatto altro, pallavolo, università, lavoro. Ho sempre trovato la musica nella mia strada, che fosse per caso o per scelta le ho dato uno spazio, e lei lo ha riempito, sempre. Ogni volta.

Stanco, arrabbiato, felice, danzereccio o rotto.

Era sempre lì.

Ed è quello che, credo, vorrebbe fare ogni artista: riempire con la propria musica dei vuoti, dei bisogni, degli spazi. Di se stessi o degli altri poco importa.

L’artista a qualcuno deve comunicare – altrimenti non funziona.

“Ma lo spazio è finito o infinito?”

Cito Novecento nell’opera di Baricco: “Un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti.”

Il povero Alessandro (Baricco), immagino, intendesse tutt’altro – e spero mi perdoni il furto. Ma la sua frase si applica alla perfezione anche qui:

Il piano quello è: 88 tasti.

Poi per carità, saperlo suonare è un altro paio di maniche eh, non fraintendermi. Ma tu comunque hai 88 tasti e 10 dita. Quello che sai suonare, che vuoi trasmettere, sta lì in mezzo.

Dall’altra parte, chiunque si approcci al mondo della produzione musicale si trova di fronte ad una gigantesca, insormontabile, pachidermica pila di cose:

sintetizzatori, come usare Ableton, il plugin figo di Ableton, il COMPRESSORE, gli eq, il mix, il plugin ancora più figo di Ableton che ho visto usare a quel tizio su YouTube, i microfoni, il pan – e credo mi fermerò qui perché già a “sintetizzatori” forse ti ho perso per strada. –

Insomma comunque hai capito. Tante cose.

E per come sono fatto io (male), secondo la mia testa dovevo impararle TUTTE prima di mettermi a suonare.

Scusa, abbiamo detto che io devo riempire degli spazi no?

Io non lo riempio mica con il primo suono che faccio spingendo la “G” sulla tastiera del mio PC. Devo riempirlo con il suono più bello del mondo, perché l’emozione che voglio descrivere merita quel suono lì. Quello perfetto. Prima dovrò pur sapere come creare un suono “morbido” o “acido”, no?

Ecco se anche tu che sei arrivato a leggere fino a qui ti senti affine a questo ragionamento, la risposta è NO.

No. O meglio, non subito.

L’artista è chi arte fa

Facciamola finita.

Ho parlato di questo fantomatico spazio da riempire.

La verità è che io ci ho messo più tempo a capire cosa volevo metterci di mio in questo spazio che a imparare come si doveva fare il suono “morbido”.

Poi diciamocelo dai, ti capita di vedere Fred again.. che fa il suo tiny desk concert e ti prende male, perché in 15 secondi questo pazzo sbattendo le NOCCHE, sul tavolo, fa una batteria pazzesca che si sincronizza con te. Io non potrò mai essere bravo come lui.

In più aggiungi che tengo così tanto a quello che voglio trasmettere che ho paura di farlo uscire, per paura del giudizio altrui.

Appunto –> combo letale per artista: sindrome dell’impostore + suscettibile alle critiche – questo sono io.

La mia soluzione?

Tutto quello che ho mai prodotto, secondo me, non è finito. E se non è finito, nessuno può sentirlo.

GENIALE.

Ho chiuso porte finestre e bocchettoni pur di non fare uscire la mia musica al di fuori del mio giudizio severo e minaccioso.

Per rispondere alla domanda di prima quindi: lo spazio che abbiamo a disposizione è decisamente infinito. E il rischio è proprio quello di perdercisi dentro se non si ha la percezione di se stessi e si nuota in quell’abisso a tentoni.

E allo stesso modo confinarsi in uno spazio finito, da cui osservi l’infinito non fa altro che essere logorante e avvilente, perché ti chiederai sempre cosa ci sarà fuori da quel guscio.

Insomma un bel disastro.

Alla fine ho risposto

Non so bene cosa sia successo. Dico davvero.

Negli anni forse ho dato inconsciamente meno peso al fatto che un riverbero non mi suonava perfetto, o forse ho suonato talmente tanto che ho costruito un po’ di sana autostima. Davvero non saprei.

Però una cosa l’ho capita.

Da quando mi guardo dentro piuttosto che fuori, quando compongo, quando faccio una scaletta per il prossimo djset, quando canto, tutto ha molta meno importanza.

Se qualcuno ha qualcosa da comunicare, da condividere, deve farlo.

Senza avere la pretesa di saperlo fare, ma con la consapevolezza di volerlo.

E il gioco sta nel farlo cercando di essere il più leggero possibile – che il riverbero sia perfetto o meno.

Ci è voluto un po’ – anche per arrivare in fondo a questo articolo – ma alla fine ho risposto.